Chissà come (ma so
come), chissà perché (ma so perché), Macao mi era rimasta nei tasti. E
ovviamente scrivo queste righe nel momento meno adatto, quando avrei ben altro
da fare e al tempo stesso il disperato bisogno di fare altro. Macao è
l'aliscafo usato per raggiungerla da Hong Kong, dopo una lunga attesa per il
maltempo; è la pioggia che mi accoglie con una breve ma intensa tempesta
tropicale; è l'incredibile angolo di Portogallo trapiantato in piena Asia; è la
facciata della Cattedrale di San Paolo, rimasta in piedi come uno scheletro
bruciato dopo l'incendio che ha distrutto la chiesa, simbolo plastico di un
colonialismo avvizzito come un ramo secco. Sono i simboli cinesi e cristiani
incisi sulla facciata, è il fiume di gente che vi si dirige, è il senso della
storia, passato e presente, che si respira da queste parti. È il nuovo battito
del mondo. È anche la pacchianeria ingenua di questo mondo nuovo, i casinò
dalle forme improbabili, la grandeur di ponti ciclopici che corrono sul mare,
mentre da noi i ponti crollano, i simboli del boom italiano si sgretolano.
giovedì 20 settembre 2018
domenica 7 gennaio 2018
Hong Kong, giorno 2
Percorro
Kowloon a piedi, fino alla torre dell'orologio coloniale. Prendo il battello,
ed eccomi su Hong Kong Island. Lo spettacolo dei suoi grattacieli è
impressionante, costruiti intorno a vestigia di architettura coloniale quasi
anacronistiche ma meno intrinsecamente fuori posto delle chiese finto-gotiche
di NY. Dopo una visita al centro del fumetto, vado per la vera, grande
attrazione: il panorama dal Victoria Peak. Salgo con la funicolare dopo una
buona oretta d'attesa, e attendo il tramonto. Al netto delle foto venute male,
impressive.
Hong Kong, giorno 1
Hong
Kong mi accoglie con aspetti contrastanti. Nel viaggio dall'aeroporto all'hotel
si succedono visioni quasi incongrue: la natura subtropicale, il mare tutto
promontori e isolette, palazzoni enormi e all'apparenza disabitati che sembrano
sorgere dalla natura stessa, ponti ciclopici, giganteschi lavori di
costruzione, il porto come unico segno di una qualche vita industriale, con
migliaia di container multicolori ma stranamente con nessuna presenza umana in
vista. Tant'è che mi comincio a chiedere, sgomento come solo a New York, se
viva qualcuno in questi luoghi al tempo stesso benedetti e dimenticati da Dio.
Poi finalmente si entra nella città vera e propria e si respira tutta un'altra
aria. I palazzoni anonimi diventano i grattacieli di Hong Kong Island, stretti
fra un mare blu davanti e uno verde dietro, e proprio per questo a una prima
impressione meno arroganti di quelli di New York. Poi si entra a Kowloon, dove
ho l'hotel, e la parte popolare della città finalmente si palesa, piena di
gente, di traffico, di insegne al neon che sembrano di un'altra epoca, di
incredibili ponteggi di bambù, di strade strette e vicoletti, dimostrazione
plastica che lo spazio da queste parti è un lusso. Viene facile pensare che in
un posto così, compresso in un fazzoletto di terra stretto fra mare e natura
incontaminata, moderno e di un vecchio che sembra quasi antico, che ostenta
affiancate ricchezza e anima popolare, possa accadere di tutto, dai gangster di
John Woo alla fantascienza in stile Blade Runner. Per oggi è anche troppo, mi
limito a collassare.
Finalmente, le Fiandre
Finalmente, dopo
tante volte a Bruxelles senza muovere un passo, le Fiandre.
Il paesaggio piatto
rende intimamente necessari i belfort, che svettano ovunque. Non sono abituato
a un paesaggio del genere, col cielo più vasto della terra, senza monti o
colline a fare da quinta ad ogni vista. Da noi qualcosa di simile lo si può
sperimentare giusto in Pianura Padana: mi viene in mente il Torrazzo di
Cremona, che, analogamente, fa da punto di riferimento artificiale in un
paesaggio che di naturali non ne presenta alcuno.
Gant è la cattedrale
di San Bavone e Van Eyck, soprattutto il polittico dell'Agnello mistico,
capolavoro della pittura fiamminga.
Bruges è il centro
più turistico, ma propone le splendide torri civili e religiose, l'orgoglio
mercantil-comunale delle corporazioni, Michelangelo e Hans Memling.
E poi Anversa la
barocca, con una cattedrale gotica che è un capolavoro e Rubens. Mio Dio,
Rubens.
venerdì 7 luglio 2017
Corea 2017, parte 2
E anche questi giorni sono scorsi via veloci. È l’Asia più
comprensibile e forse meno affascinante, ma ci sono delle cose della Corea che
mi piacciono molto e che mi ha fatto piacere ritrovare. Il cibo piccante, le
bacchette e i bicchieri di metallo, i pavimenti in legno, le auto lunghe e
filanti (no, quelle non mi piacciono davvero: troppo uguali), gli stupidi
autobus con interni da mille e una notte, il Wi-Fi ovunque, il verde pallido
del celadon, i palazzi imperiali e, soprattutto, il carattere schietto della
gente. Poi restano il caldo infernale di questi monsoni anticipati e la città
modernissima ma anonima, eccetto per alcuni degli edifici più brutti che abbia
mai visto. Ci si può stare.
lunedì 3 luglio 2017
Seoul 2017
I viaggio è sempre lungo, ma vista la quantità di cose che abbiamo in ballo qui, ormai Seoul sembra quasi dietro casa. Di diverso stavolta c'è una bordata di pioggia monsonica associata a un'afa insopportabile.
C'è però chi ha ancora voglia di ridere.
E mi ci aggiungo anch'io, che ho mangiato il bibimbap in ristorante stellato fatto così:
C'è però chi ha ancora voglia di ridere.
E mi ci aggiungo anch'io, che ho mangiato il bibimbap in ristorante stellato fatto così:
domenica 4 settembre 2016
Una giornata in Kansai
Giornata in Kansai. Prima tappa, Takarazuka. Un po’ per via
del museo dedicato a Osamu Tezuka, un po’ per via del famigerato teatro. Le due
cose, ovviamente, si toccano.
Quando sembrava che Riyoko Ikeda e, soprattutto, Osamu
Tezuka avessero già capito tutto, creando con Oscar e la principessa Zaffiro
quel prototipo di personaggio androgino, sospeso fra maschile e femminile e
alla continua ricerca della sua propria identità, che è al cuore del percorso
di maturazione femminile come descritto dalla psicologia, dal folclore, da Bettelheim
e compagnia cantante, ecco che invece si scopre che le loro intuizioni non
nascevano dal nulla, ma da questo strano teatro femminile, creato da un
impresario ferroviario (maschio) solo per dotare di una nuova attrazione la
città che faceva da terminale alla sua linea. Il Takarazuka è un teatro che,
specularmente al Kabuki, è interpretato solo da donne anche nei ruoli maschili,
ed è adorato da legioni di fan, in gran parte donne.
Alla fine, quello che ne è uscito è andato ben al di là
delle intenzioni del fondatore, perché davvero pare che il Takarazuka sia
l’incarnazione di un percorso femminile lastricato di ambiguità. Così come è
ambigua la stessa forma teatrale: con la sua idealizzazione dell’androgino, proposto
come uomo (nel senso di maschio) ideale, l’uomo-donna che diventa oggetto e soggetto di un desiderio
perfetto, è un teatro maschilista perché rinnova continuamente la struttura
portante del patriarcato, o è femminista perché, proprio perché anche gli uomini
sono in realtà donne, la sovverte dall’interno? Probabilmente sono vere
entrambe le cose.
Fatto sta che Tezuka conosceva benissimo il teatro, visto
che è cresciuto lì. E che Riyoko Ikeda si è senz’altro ispirata all’uno e
all’altro nel creare Lady Oscar, che guarda caso è poi diventato uno degli hit
immortali del teatro.
Il teatro fisico, capace di 2500 posti, è un edificio dal
bizzarro stile simil-europeo, in linea col tono fastoso e fiabesco degli
spettacoli che vi si mettono in scena, a base di costumi sontuosi, musica e
romanticismo esasperato. Una sorta di Broadway agli estrogeni.
tipo così
Quando arrivo a Takarazuka non so bene cosa aspettarmi,
visto che non sono qui per assistere a uno spettacolo. Mi aspetto comunque percepire
la sua presenza, e infatti non rimango deluso.
Il primo segno che c’è qualcosa di strano comincia già dal
treno, che ha un bel po’ di carrozze “ladies only”. Appena arrivato mi attende
la leziosa via dei fiori, che corre dalla stazione al teatro ed è popolata da
statue che ne celebrano i fasti.
Fra le altre spunta anche questa: Oscar
e Fersen, Takarazuka style
Ma soprattutto, incrocio un paio di stangone coi capelli
corti e il fisico tonico da atlete. Abituato alle giapponesi medie, queste
spiccano decisamente. E dalle fan che le attendono per fotografarle all’ingresso
del teatro capisco che si tratta di attrici che interpretano ruoli maschili, o
di aspiranti tali. Resto per un po’ a guardarle (le fan, intendo), e sono un
assoluto spettacolo.
Il museo di Osamu Tezuka è invece abbastanza deludente,
vista l’impostazione più che altro scenografica e le spiegazioni in inglese
ridotte ai minimi termini.
Il pomeriggio lo passo a Osaka, in piacevole chiacchiera con
un amico italiano che lavora qui.
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