E anche questi giorni sono scorsi via veloci. È l’Asia più
comprensibile e forse meno affascinante, ma ci sono delle cose della Corea che
mi piacciono molto e che mi ha fatto piacere ritrovare. Il cibo piccante, le
bacchette e i bicchieri di metallo, i pavimenti in legno, le auto lunghe e
filanti (no, quelle non mi piacciono davvero: troppo uguali), gli stupidi
autobus con interni da mille e una notte, il Wi-Fi ovunque, il verde pallido
del celadon, i palazzi imperiali e, soprattutto, il carattere schietto della
gente. Poi restano il caldo infernale di questi monsoni anticipati e la città
modernissima ma anonima, eccetto per alcuni degli edifici più brutti che abbia
mai visto. Ci si può stare.
venerdì 7 luglio 2017
lunedì 3 luglio 2017
Seoul 2017
I viaggio è sempre lungo, ma vista la quantità di cose che abbiamo in ballo qui, ormai Seoul sembra quasi dietro casa. Di diverso stavolta c'è una bordata di pioggia monsonica associata a un'afa insopportabile.
C'è però chi ha ancora voglia di ridere.
E mi ci aggiungo anch'io, che ho mangiato il bibimbap in ristorante stellato fatto così:
C'è però chi ha ancora voglia di ridere.
E mi ci aggiungo anch'io, che ho mangiato il bibimbap in ristorante stellato fatto così:
domenica 4 settembre 2016
Una giornata in Kansai
Giornata in Kansai. Prima tappa, Takarazuka. Un po’ per via
del museo dedicato a Osamu Tezuka, un po’ per via del famigerato teatro. Le due
cose, ovviamente, si toccano.
Quando sembrava che Riyoko Ikeda e, soprattutto, Osamu
Tezuka avessero già capito tutto, creando con Oscar e la principessa Zaffiro
quel prototipo di personaggio androgino, sospeso fra maschile e femminile e
alla continua ricerca della sua propria identità, che è al cuore del percorso
di maturazione femminile come descritto dalla psicologia, dal folclore, da Bettelheim
e compagnia cantante, ecco che invece si scopre che le loro intuizioni non
nascevano dal nulla, ma da questo strano teatro femminile, creato da un
impresario ferroviario (maschio) solo per dotare di una nuova attrazione la
città che faceva da terminale alla sua linea. Il Takarazuka è un teatro che,
specularmente al Kabuki, è interpretato solo da donne anche nei ruoli maschili,
ed è adorato da legioni di fan, in gran parte donne.
Alla fine, quello che ne è uscito è andato ben al di là
delle intenzioni del fondatore, perché davvero pare che il Takarazuka sia
l’incarnazione di un percorso femminile lastricato di ambiguità. Così come è
ambigua la stessa forma teatrale: con la sua idealizzazione dell’androgino, proposto
come uomo (nel senso di maschio) ideale, l’uomo-donna che diventa oggetto e soggetto di un desiderio
perfetto, è un teatro maschilista perché rinnova continuamente la struttura
portante del patriarcato, o è femminista perché, proprio perché anche gli uomini
sono in realtà donne, la sovverte dall’interno? Probabilmente sono vere
entrambe le cose.
Fatto sta che Tezuka conosceva benissimo il teatro, visto
che è cresciuto lì. E che Riyoko Ikeda si è senz’altro ispirata all’uno e
all’altro nel creare Lady Oscar, che guarda caso è poi diventato uno degli hit
immortali del teatro.
Il teatro fisico, capace di 2500 posti, è un edificio dal
bizzarro stile simil-europeo, in linea col tono fastoso e fiabesco degli
spettacoli che vi si mettono in scena, a base di costumi sontuosi, musica e
romanticismo esasperato. Una sorta di Broadway agli estrogeni.
tipo così
Quando arrivo a Takarazuka non so bene cosa aspettarmi,
visto che non sono qui per assistere a uno spettacolo. Mi aspetto comunque percepire
la sua presenza, e infatti non rimango deluso.
Il primo segno che c’è qualcosa di strano comincia già dal
treno, che ha un bel po’ di carrozze “ladies only”. Appena arrivato mi attende
la leziosa via dei fiori, che corre dalla stazione al teatro ed è popolata da
statue che ne celebrano i fasti.
Fra le altre spunta anche questa: Oscar
e Fersen, Takarazuka style
Ma soprattutto, incrocio un paio di stangone coi capelli
corti e il fisico tonico da atlete. Abituato alle giapponesi medie, queste
spiccano decisamente. E dalle fan che le attendono per fotografarle all’ingresso
del teatro capisco che si tratta di attrici che interpretano ruoli maschili, o
di aspiranti tali. Resto per un po’ a guardarle (le fan, intendo), e sono un
assoluto spettacolo.
Il museo di Osamu Tezuka è invece abbastanza deludente,
vista l’impostazione più che altro scenografica e le spiegazioni in inglese
ridotte ai minimi termini.
Il pomeriggio lo passo a Osaka, in piacevole chiacchiera con
un amico italiano che lavora qui.
Kyoto 2016
Rieccomi a Kyoto. Chi l’avrebbe detto?
È bello quando torni in un luogo che ti è in qualche modo
familiare ma che offre ancora molto da scoprire. Ti senti a tuo agio, padrone
di quell’approccio “esperto” proprio di chi ha già metabolizzato il primo
impatto e si muove solo per approfondire.
L’hotel vicino alla stazione è la base ideale per esplorare
i dintorni di Kyoto, in primis Arashiyama, che avevo tralasciato alla prima
visita. Bellissimo il tempio Tenryuji, casa madre della potente setta buddista
Rinzai, e in particolare notevole il giardino, prototipo dei giardini zen che
si sarebbero evoluti verso la stilizzazione massima dei giardini di pietra.
Questo usa elementi naturali (acqua, rocce, piante) sapientemente disposti, ed
è creato per integrarsi perfettamente con l’ambiente naturale circostante.
Mi siedo in veranda e osservo, e in effetti dopo un po’
entro in uno stato contemplativo. C’è sempre qualcosa da osservare, un riflesso
sull’acqua, una libellula che vola via come un elicottero, una roccia della
“cascata senz’acqua”. Ogni tanto una carpa affiora in superficie e genera onde
circolari che si spandono lente.
Insomma, notevole.
All’uscita del giardino si estende un’incredibile foresta di
bambù, spessa e densa come nel film “La tigre e il dragone”. E a proposito di
dragoni, riesco anche, da fuori, a dare una rapida occhiata al notevole dragone
volante dipinto sul soffitto di uno degli edifici del tempio, purtroppo
inaccessibile.
Dopo Arashiyama è la volta del tempio di Inari. L’esperienza di Inari è unica: una serie di templi dedicati ad Inari, la volpe, il kami del successo terreno. È talmente pieno di statue di volpe che, in uno strano cortocircuito pop, non posso fare a meno di pensare a Persona 4. Dal tempio base parte un percorso di alcuni chilometri che si inerpica sull’omonimo monte Inari, fiancheggiato da migliaia e migliaia di torii, i portali dei tempi shintoisti, a comporre una specie di tunnel mistico. La camminata si completa in circa un’ora e mezza, e con tutte quelle scale è una bella faticaccia. Ma ne vale la pena, eccome.
Corea 2016
Partenza da Roma con gli atleti di Rio, elegantissimi nella
divisa di Armani. Nessuno famoso, mi pare, ma in fondo che ne so?
E dunque, di nuovo in Corea. Trasferta lavorativa e senza
fronzoli, ma utile per capire ancora qualcosa in più su questo popolo, che si percepisce,
ed è, una specie di anello di congiunzione fra i cinesi (rozzotti, rumorosi, pieni
di sé) e i giapponesi (complessati, omologati, cerimoniosi). Per riassumere in
una parola, i coreani sembrano, a noi europei, assolutamente normali; e questo,
considerati i vicini, è un fatto che ha quasi dell’incredibile.
Il momento top di questi pochi giorni è stato la visita alla
mostra di Nam June Paik, che qui è una specie di gloria locale. È incredibile
come con i suoi totem retro-futuristi e con la spettacolare installazione della
tartaruga di monitor riesca a toccare contemporaneamente così tanti tasti (i
nuovi media e i vecchi, lo status dell’immagine video, la condizione umana in
questi tempi ipertecnologici) in modo così classico, direi quasi apollineo. Non
c’è traccia di gratuità nelle sue opere, non c’è aggressione sensoriale, non
c’è rumore, non c’è critica o polemica, non c’è provocazione, ma solo un
messaggio limpido, una lezione di stile assoluta. Chapeau.
lunedì 21 dicembre 2015
Agra, ultimo giorno
L’ultimo giorno ad Agra si apre con un gioiello quasi inaspettato, la tomba di Itimad-ud-Daulah, persiano, visir dell’imperatore Jahangir.
In foto non mi aveva colpito particolarmente, ma dal vivo la tomba si rivela uno dei più squisiti risultati dell’arte Moghul, al livello del Taj Mahal se non addirittura oltre. Le piccole dimensioni ne aumentano l’incanto, ed è il primo mausoleo che avrebbe perfettamente senso anche come villa residenziale. Tutte le pareti sono decorate con intarsi raffinatissimi, e laddove in altri contesti il profluvio di decorazione sarebbe risultato stucchevole, qui conferisce ai muri la levità del ricamo. È un effetto non solo decorativo ma propriamente architettonico, ed infatti la distanza giusta da cui osservare l’edificio rimane l’usuale campo medio, che permette alla decorazione di smaterializzare i muri senza diventare lei stessa il centro dell’attenzione. Non mi era mai capitato di trovare una così assoluta consapevolezza nell’uso della decorazione in architettura, e tanto basta a inserire l’edificio in una mia personalissima top ten.
La raffinatezza di questo edificio, come anche del Taj Mahal, rende giustizia al motto che ho trovato inciso in una lapide esplicativa, e cioè che i Moghul sono passati da titani (si pensi alla severità della tomba di Humayun) a cesellatori. Ma una tale combinazione di raffinatezza e naturalezza segna un culmine magico e irripetibile, necessariamente brevissimo, oltre il quale si scivola inevitabilmente nella stanca ripetizione e nel manierismo. Ed infatti, i Moghul non furono più capaci di raggiungere questi livelli, e lo stesso può dirsi per la cultura artistica islamica nel suo complesso (Sinan, in Turchia, operava circa 50-70 anni prima), che entra di lì a poco in una fase di stagnazione di cui ancora non si vede la fine.
La giornata si chiude a Sikandra, un sobborgo a nord di Agra, con il doveroso omaggio al personaggio simbolo del periodo Moghul, l’imperatore Akbar il Grande che qui volle il suo mausoleo. Amante della cultura e tollerante ai limiti del sincretismo, come già detto parlando della sua capitale Fathepur Sikri, questo personaggio complesso e affascinante incarna valori di cui ancora oggi ci sarebbe disperatamente bisogno. A riprova della sua personalità fuori dagli schemi, anche il suo mausoleo è diverso da tutti gli altri. È ovviamente enorme e monumentale, come doveroso per un imperatore di tale potenza. Ma a parte i portali, non ha praticamente nulla del linguaggio architettonico tipico degli altri mausolei Moghul: niente cupola, niente minareti (presenti solo nel portale d’ingresso), niente camera mortuaria sotterranea (o meglio: c’è, ma è fasulla), niente gioco fra pieni e vuoti, visto che i vuoti prevalgono nettamente. Si tratta di una specie di piramide a gradoni, ogni livello sostenuto da una selva di pilastri e abbellito unicamente da chatri disposti simmetricamente. Sembra quasi lo scheletro di un edificio, come se gli mancasse il paramento esterno. C’è sicuramente una simbologia elaborata dietro a un edificio così singolare: sicuramente un desiderio di moto ascensionale, ma a parte questo chissà. Forse una dichiarazione d’intenti, un invito a guardare alla sostanza al di là della forma? Non lo so, ma sarebbe bello.
In foto non mi aveva colpito particolarmente, ma dal vivo la tomba si rivela uno dei più squisiti risultati dell’arte Moghul, al livello del Taj Mahal se non addirittura oltre. Le piccole dimensioni ne aumentano l’incanto, ed è il primo mausoleo che avrebbe perfettamente senso anche come villa residenziale. Tutte le pareti sono decorate con intarsi raffinatissimi, e laddove in altri contesti il profluvio di decorazione sarebbe risultato stucchevole, qui conferisce ai muri la levità del ricamo. È un effetto non solo decorativo ma propriamente architettonico, ed infatti la distanza giusta da cui osservare l’edificio rimane l’usuale campo medio, che permette alla decorazione di smaterializzare i muri senza diventare lei stessa il centro dell’attenzione. Non mi era mai capitato di trovare una così assoluta consapevolezza nell’uso della decorazione in architettura, e tanto basta a inserire l’edificio in una mia personalissima top ten.
La raffinatezza di questo edificio, come anche del Taj Mahal, rende giustizia al motto che ho trovato inciso in una lapide esplicativa, e cioè che i Moghul sono passati da titani (si pensi alla severità della tomba di Humayun) a cesellatori. Ma una tale combinazione di raffinatezza e naturalezza segna un culmine magico e irripetibile, necessariamente brevissimo, oltre il quale si scivola inevitabilmente nella stanca ripetizione e nel manierismo. Ed infatti, i Moghul non furono più capaci di raggiungere questi livelli, e lo stesso può dirsi per la cultura artistica islamica nel suo complesso (Sinan, in Turchia, operava circa 50-70 anni prima), che entra di lì a poco in una fase di stagnazione di cui ancora non si vede la fine.
La giornata si chiude a Sikandra, un sobborgo a nord di Agra, con il doveroso omaggio al personaggio simbolo del periodo Moghul, l’imperatore Akbar il Grande che qui volle il suo mausoleo. Amante della cultura e tollerante ai limiti del sincretismo, come già detto parlando della sua capitale Fathepur Sikri, questo personaggio complesso e affascinante incarna valori di cui ancora oggi ci sarebbe disperatamente bisogno. A riprova della sua personalità fuori dagli schemi, anche il suo mausoleo è diverso da tutti gli altri. È ovviamente enorme e monumentale, come doveroso per un imperatore di tale potenza. Ma a parte i portali, non ha praticamente nulla del linguaggio architettonico tipico degli altri mausolei Moghul: niente cupola, niente minareti (presenti solo nel portale d’ingresso), niente camera mortuaria sotterranea (o meglio: c’è, ma è fasulla), niente gioco fra pieni e vuoti, visto che i vuoti prevalgono nettamente. Si tratta di una specie di piramide a gradoni, ogni livello sostenuto da una selva di pilastri e abbellito unicamente da chatri disposti simmetricamente. Sembra quasi lo scheletro di un edificio, come se gli mancasse il paramento esterno. C’è sicuramente una simbologia elaborata dietro a un edificio così singolare: sicuramente un desiderio di moto ascensionale, ma a parte questo chissà. Forse una dichiarazione d’intenti, un invito a guardare alla sostanza al di là della forma? Non lo so, ma sarebbe bello.
domenica 20 dicembre 2015
Fatehpur Sikri, la città di Akbar
Oggi, visita a Fatehpur Sikri, la capitale che Akbar il Grande, l’imperatore Moghul che portò l’impero al suo apogeo, fece costruire a una quarantina di chilometri da Agra e che cadde però immediatamente in disuso alla sua morte. Era una cittadella vera e propria, con abitazioni, servizi, attività commerciali e edifici religiosi intorno al palazzo imperiale, che ne costituiva il perno. Il palazzo è perfettamente conservato, ed è, manco a dirlo, fantasmagorico. E al di là dell'imponenza, qualche padiglione dal punto di vista architettonico non è proprio niente male.
Ma al di là di tutto, l’interesse della visita è riflettere sulla complessa personalità dell’imperatore, amante della cultura e patrocinatore delle arti, devoto musulmano ma affascinato dal mondo induista al punto da arrivare a teorizzare una sua personale “religione di Dio” che provasse a metterle insieme. Di questa commistione rimane traccia nel palazzo, che ha spazio anche per un tempio induista nell’harem e per decorazioni, in gran parte perse ma alcune ancora leggibili, ispirate al Ramayana. Ancora una volta in questo viaggio, uno spunto all’insegna di sincretismo e tolleranza. Il primo magari è un’utopia, ma della seconda sa Iddio se c’è bisogno.
Ma al di là di tutto, l’interesse della visita è riflettere sulla complessa personalità dell’imperatore, amante della cultura e patrocinatore delle arti, devoto musulmano ma affascinato dal mondo induista al punto da arrivare a teorizzare una sua personale “religione di Dio” che provasse a metterle insieme. Di questa commistione rimane traccia nel palazzo, che ha spazio anche per un tempio induista nell’harem e per decorazioni, in gran parte perse ma alcune ancora leggibili, ispirate al Ramayana. Ancora una volta in questo viaggio, uno spunto all’insegna di sincretismo e tolleranza. Il primo magari è un’utopia, ma della seconda sa Iddio se c’è bisogno.
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