domenica 13 dicembre 2015

Delhi, giorno 2

Al secondo giorno a Dehli finalmente arriva il sole. Torno nei dintorni della Chandni Chowk, nella quale ormai so come muovermi, per visitare la Jama Masjid, la più grande moschea indiana, un altro capolavoro Moghul. Col fatto che oggi i musulmani sono una minoranza, la moschea è in gran parte un luogo turistico, ma c’è ovviamente ancora chi prega. La pressione comunque è molto minore rispetto a un paese musulmano, per cui la si può visitare molto più liberamente.






Anche qui domina l’arenaria rossa, compreso il selciato del cortile interno. Complici le splendide cupole bianche, l’atmosfera mi ha ricordato un po’ quella di una piazza San Marco con i colori virati.
Straordinaria poi la possibilità di salire su uno dei minareti, e scoprire che in cima c’era spazio solo per il muezzin, che chiamava i fedeli alla preghiera da una nicchia traforata a 360 gradi.







Non a caso in una moschea, vista la nota propensione dei musulmani per i gatti, e poiché ho già fotografato un cane, l’unico gatto che ho visto fin qui si merita una fotografia.


Me ne esco dalla Delhi vecchia passando per le meravigliose stradine intorno alla Chandni Chowk, dove vedo delle scimmiette che corrono sui cavi elettrici passando di tetto in tetto, troppo veloci perché possa fotografarle.

Presa la metro, bella e moderna, e un ciclorisciò, versione povera di quello motorizzato e massimo del contrasto possibile col treno di poco prima, arrivo al punto più alto della giornata, lo splendido mausoleo di Humayun, il primo imperatore Moghul ad erigere una tomba dinastica, inaugurando il modello il cui punto più alto sarà il Taj Mahal di Agra.






Autentico capolavoro di simmetria e proporzioni, non a caso costruito da architetti persiani, il mausoleo integra con grande naturalezza elementi tipicamente induisti come i chatri, quei chioschi a cupola che si aprono al livello superiore, ed è al centro di un parco altrettanto meraviglioso, modellato sulla geometria simbolica dei quattro fiumi del paradiso.


Gli animali del luogo stavolta sono scoiattoli:


E in più: video!


Dopo tutti questi monumenti Moghul, rendo omaggio ai variopinti dei induisti tramite una visita allo splendido Museo Nazionale Indiano, che ospita statue notevolissime e miniature che coprono tutta la storia dell’arte figurativa indiana. Il museo si trova nella Nuova Dehli propriamente detta, quella costruita dagli inglesi come una vera capitale europea, tutta vialoni alberati e stile neoclassico. La percorro in motoriscò, per cui non riesco a fotografarla granché. In compenso l’autista è uno spasso.

Attrito

La parola che riassume meglio l’impatto di questa prima giornata indiana è “attrito”. Attrito fisico fra esseri umani, scaturito dal fendere, scontrarsi e provare a integrarsi nella calca immane di persone che vivono a Dehli, in misura almeno doppia di quel che sembrerebbe possibile. Un’umanità vociante e variopinta straripa ovunque, in strada, alle fermate della metro, nei negozi, nei luoghi turistici. Si vede di tutto: giovani vestiti all’occidentale, uomini d’affari in tenuta elegante, vesti etniche di tutte le fogge, donne in sari, musulmane velate, sikh coi turbanti colorati e le barbe curatissime, straccioni vestiti alla meno peggio e mendicanti che forniscono uno spettacolo spesso straziante ma sempre dignitoso. Gli autisti di autorisciò e un sacco di “volenterosi” consiglieri (a pagamento, ovviamente) sono lesti nell’abbordare i turisti dall’aria sperduta, come ero io nei primi momenti in cui cercavo di orientarmi nel caos della folla e di vie poco o mal segnalate. Ci vuole un po’, ma poi capisci che per muoversi agevolmente a Dehli devi accorciare il tuo spazio vitale e cominciare a muoverti di rapina, come loro: insinuarsi in ogni varco prima che lo faccia la persona che ti cammina accanto, non fermarsi mai se non quando si è fuori dal flusso, tenere gli occhi aperti in tutte le direzioni, ricordarsi che la via retta fra due punti può essere la più corta ma non è detto che sia la più veloce, stringersi corpo a corpo in una fila, difendere attivamente il proprio posto anche spintonando un po’. Non c’è alcun malanimo o aggressività in tutto ciò, ed anzi ti accorgi che proprio perché fanno tutti così, proprio perché è la regola e non l’eccezione, le cose magicamente in qualche modo funzionano, e per di più in un clima di massima cordialità.
Sono un italiano educato, ma pur sempre italiano, per cui imparo in fretta. L’esame di maturità è Chandni Chowk, la via principale della vecchia Dehli che conduce al Forte Rosso, in cui capisco che non c’è differenza alcuna fra strada e marciapiede, o fra auto, bici, motorisciò e pedoni: siamo tutti parte di un unico flusso che si muove nella medesima direzione, e tanto basta.

Agevolo video:



Delhi, giorno 1

La vendetta degli dei ancora non c’è stata, ma un viaggio funestato da ritardi in compenso sì. Prima un paio d’ore in partenza, poi un’altra oretta a volare in tondo sopra una Dehli ingolfata di nebbia. E siamo stati fortunati che alla fine siamo atterrati, visto che molti voli sono stati dirottati altrove.
E così, con tanti saluti a chi si aspettava di trovare ad accoglierlo “i colori dell’India”, il primo impatto è con un nebbione da bassa padana. La cappa di nebbia e smog è impressionante, e nel tragitto dall’aeroporto all’hotel non vedo granché del paesaggio intorno a me, a parte il traffico più anarchico che abbia mai visto; tipo in Libano, ma peggio, perché molto più intenso e con la guida a destra. Suonare il clacson continuamente sembra sostituire qualunque regola del codice stradale, e non è evidentemente un caso se molte auto montano dei simpatici paraurti blindati che le rende simili a macchinine da luna park.

Con la mattina che se ne vola via così, mangiata dai ritardi, resta il pomeriggio per cominciare a vedere qualcosa, e quel qualcosa è il primo gioiello Moghul, il Forte Rosso, in realtà cittadella imperiale costruita quando Dehli era capitale dell’impero (del lato umano dell’impatto con Dehli parlerò in un post a parte, ché merita).




Il nome deriva dal materiale di costruzione tipico dell’architettura Moghul, una splendida arenaria rossa che, pare, sotto il sole dia un meraviglioso effetto cromatico. Peccato che la nebbia del mattino diradi in una foschia appiccicosa che dura tutta la giornata, per cui del sole non si vede che la sagoma offuscata. Ciò non toglie nulla alla maestosità dell’insieme, potente ed elegante al tempo stesso.






Fra le rovine un cane, uno dei tanti che scorrazzano randagi per la città. Sarà per questo che non ho ancora visto un gatto?


sabato 12 dicembre 2015

India, giorno 0: i perché di un viaggio



E dunque, l’India. Perché l’India? Per un po’ di motivi, non tutti ovvi.

L’india si porta dietro ancora oggi gli strascichi di innumerevoli stratificazioni di immaginario. C’è l’India esotica, quella di Kipling e poi, indirettamente, di Salgari, il cui mito si è fatto strada in occidente sulla scorta della dominazione inglese: tigri, elefanti, giungla, marajà dediti al lusso sfrenato, perle di Labuan (sì, la Malesia tecnicamente non è India, ma l’immagine è quella), pirati, compagnia delle Indie e chi più ne ha più ne metta. C’è l’India spiritual-fricchettona che ha spopolato a partire dagli anni sessanta, da quando, almeno, i Beatles se ne vennero qui da non so quale santone: lo yoga, l’ayurveda, il misticismo hippie, la retorica terzomondista, tutta quella roba lì. C’è l’india, appunto, dei santi e dei santoni, quella di Gandhi, di Madre Teresa di Calcutta, e giù fino a Sai Baba. C’è l’India di Bollywood, la cui conoscenza, prima limitata agli appassionati di cinema, si è diffusa in strati più ampi dai tempi di Internet. C’è l’India più recente, quella di ingegneri e informatici che proliferano al pari delle vacche sacre, la cui iconografia è stata fissata nell’immaginario collettivo dal Raj di Big Bang Theory.

Per quanto tutte chiavi interessanti, nessuna di queste è la motivazione primaria che mi spinge a venire qui. Arrivo in India non sulla base di queste suggestioni dell’immaginario, ma con una cognizione un po’ più affinata, in termini sia storici che culturali.
So che qui, calati di volta in volta su un’irredimibile frantumazione politica, ci sono stati un po’ tutti, dai Kushan ad Alessandro ai Moghul, fino ai già citati inglesi. So che è la patria di due religioni di portata universale: una, il buddismo, che dall’India è sparita per trovare fortuna altrove, l’altra, l’induismo, tuttora maggioritaria e fieramente politeista, e che per di più è alla base di molti concetti assimilati dalle altre religioni “orientali”: il ciclo infinito di reincarnazioni, il karma, il dharma inteso come “legge universale”. Per non parlare poi di altre religioni meno influenti sul resto del mondo come jainismo e sikhismo, e dell’Islam, portato da invasori che hanno lasciato gloriose tracce di sé e che tuttora è praticato da una quota importante di indiani, senza contare quelli che all’epoca sono fuggiti in Pakistan.

Sono vagamente a conoscenza delle principali divinità e di un po’ di mitologia. La trimurti, Brama il creatore, Vishnu il preservatore e Shiva il distruttore, e di come ognuno la veda a suo modo su quale fra queste (o anche fra altre) sia la divinità suprema. Soprattutto, ho letto il Mahabarata (in realtà lo sto ancora finendo), il poema epico-religioso induista per eccellenza nonché la più lunga opera letteraria esistente, qualcosa come Iliade e Odissea combinate e moltiplicate per dieci. E questo, obbiettivamente, mi pone in un club piuttosto ristretto. È tramite il Mahabarata che alcuni aspetti dell’induismo e della società indiana (da quel che capisco, anche di quella contemporanea) mi sono familiari: la divisione in caste, che impostano la società su un concetto di ordine cosmico: i Bramini, sacerdoti, asceti e santoni (obiettivo: studiare le scritture, i Veda, e puntare all’obiettivo finale, l’Emancipazione), gli Khsatriya, re e guerrieri (obiettivo: combattere i nemici, punire i malvagi, assicurare la giustizia), i Vaisya, mercanti e agricoltori (obiettivo: fare soldi; oggi li chiameremmo “imprenditori”), i Sudra, dediti al servizio della altre tre classi; le scritture, appunto i Veda, oggetto di profondissima riflessione spirituale tutta tesa a determinare la moralità di ogni azione umana; l’importanza degli antenati e dei figli nella concezione induista, in quanto tutti inseriti in una catena cosmica in cui i discendenti pregano per la salvezza dei defunti, e dunque i figli sono una sorta di investimento spirituale; di come comunque al termine del ciclo di reincarnazioni ci sia un paradiso, ed anzi diverse “regioni” del paradiso, che ognuno raggiunge in base ai suoi meriti e, sembra, non eternamente; l’importanza dei sacrifici, spesso di burro chiarificato, che passano attraverso Agni, il dio del fuoco; le Yuga, le diverse età del mondo; di come gli dei cazzeggiano e litigano amabilmente, magari senza le divagazioni erotiche degli dei greci; di come Krishna, ottavo avatar (incarnazione storica) di Vishnu, si poteva invece permettere, lui sì, di amoreggiare giovincello con le pastorelle Gopi, per poi sconfiggere mostri e demoni, combattere con Arjuna nel Mahabarata e rivelargli il Bhagavad Gita, riverito come una specie di vangelo induista; un altro po’ di dei assortiti, come Indra, dio della guerra e padre di Arjuna, Garuda, l’uccello divino, Ganesha, dio della ricchezza con la testa di elefante, Hanuman, il dio scimmia che nel Ramayana aiuta Rama a salvare Sita (che intanto canta il suo blues) ma che è anche quello di Shirow in Orion; le dee, Sarasvati, Parvati, Lakshmi, Kali; la dualità complementare fra maschile e femminile, da cui il tantrismo che è forse la religione più femminista che conosca; i chakra e la kundalini; i tirtha, ovvero i luoghi sacri; i demoni Asura e Rakshasa, le Apsara, danzatrici celesti; la penitenza e l’eremitaggio come pratica ascetica d’elezione per i Bramhana; i nostri fantastici eroi Pandava, figli di Pandu, protagonisti del Mahabarata: l’imbelle ma saggio (o imbelle proprio perché saggio) Yudishtira, il fortissimo Bhima, l’eroe per eccellenza Arjuna, gli “altri due”, Nakula e Sahadeva, tutti e cinque allegramente sposati alla stessa moglie; gli innumerevoli re di leggende, aneddoti e racconti, che da soli raccontano la frammentazione politica dell’India meglio di qualunque libro di storia; i combattimenti incentrati sui carri, i “colpi speciali” degni di Dragonball; eccetera eccetera.

E in tutto questo, che da solo basta e avanza a giustificare un omaggio, una cultura che invece  dal punto di vista artistico non mi attira per niente, preda com’è (o come mi sembra, ma sono pronto a ricredermi) di un barocchismo e di un “horror vacui” che non sono nelle mie corde, disinteressata all’architettura considerata arte minore, orgogliosamente popolare in tutte le sue manifestazioni, per cui anche le classi agiate, invece di competere in raffinatezza, hanno finito per dare massima importanza all’ostentazione del lusso (forse perché, da buoni Kshatriya, la cultura non era roba per i re induisti, ma era riservata ai Bramini, ed era cultura religiosa, non civile). Anche il Mahabarata, con tutto il suo interesse, non è “bello” secondo alcuno dei criteri estetici occidentali, talmente lungo e prolisso da apparire a volte informe, e da essere per lunghi tratti insostenibile, come per esempio il pantano da cui sto uscendo solo adesso, il lunghissimo libro (il più lungo dei 18 da cui è costituito l’intero poema, ed è tutto dire) in cui il saggio Bhisma, alla fine della mega battaglia totale globale, giace su un letto di frecce e dà interminabili consigli di moralità e politica a Yudishtira.

In questo senso è enorme la differenza con l’Islam, che alla fine ha declinato un unico concetto (l’unicità e trascendenza assoluta di Dio) in forme di estrema raffinatezza, prima di impantanarsi per mancanza di spunti ulteriori.

In definitiva, tutto questo preambolo per dire che mi sento un po’ in colpa per essere venuto qui (lo ammetto) in primo luogo per vedere i capolavori Moghul, estremo finale di quel viaggio a ritroso nella cultura architettonica islamica (in realtà persiana, cui l’islam ha infuso slancio mistico) di cui sono grande ammiratore. E tuttavia spero che quel po’ che ho approfondito della cultura indiana serva ad espiare questo peccato. Lo scoprirò presto: se mi verrà il “cagotto di Dehli”, lo spauracchio sanitario di questo viaggio secondo tutte le guide, saprò che sarà per volontà degli dei, e che sarà per espiare del tutto.

martedì 8 dicembre 2015

Algeri, parte 2


Il pomeriggio lo abbiamo libero, e l’assistente dell’istituto italiano, un simpatico algerino che ha vissuto per anni in Italia, ci accompagna al museo sbagliato. Ci avevano detto che c’era un museo di belle arti con un’incredibile concentrazione di capolavori francesi, ma invece ci portano al palazzo del Bey: probabilmente nel cambio ci abbiamo guadagnato non poco. Dopo quella di Rodomonte re di Algeri, scatta qui una seconda reminiscenza, quella luzzattiana dell’Italiana in Algeri, con il Bey dal turbante enorme irretito dalla bella Isabella. Mi sembra di esserlo venuto a trovare: ciao, Bey!
Il palazzo fortificato è in posizione eccellente e domina il porto, è ricoperto di belle ceramiche (di splendido gusto, ma probabilmente non artisticamente rilevanti come quelle viste a Istanbul) e incentrate su cortili colonnati che sembrano giardini di delizie, ombrosi e tranquilli, poggianti su colonne tortili finemente scolpite con capitelli di derivazione bizantina. Di nuovo, il gusto artistico e decorativo islamico rivela tutto il suo potenziale, anche se Algeri non è forse, in assoluto, il posto migliore per rendersene conto.






La mattina del secondo giorno, visita alla vera attrazione di Algeri, la Casbah. Anche qui, non sappiamo nulla fino all’ultimo momento, e ci aggreghiamo al gruppo di nostra iniziativa. Ci portano in pulmino, con tre guide e due guardie armate per una quindicina di persone. Ok che siamo ospiti del Ministero, ma la situazione è un po’ surreale. La Casbah è un quartiere popolare che è ancora tale, piuttosto malfamato ma incredibilmente suggestivo. Un dedalo di vicoli, strade in pavé, case tra il vecchio, l’antico e il cadente, donne (qui quasi tutte velate, a differenza della parte più moderna della città), vecchi e bambini in strada, gatti e gattini, anche qui sani e affettuosi, per quanto non lustri e pasciuti come quelli di Istanbul. Ci fanno anche entrare in una casa, appartenente a un corniciaio amico della guida. La visita è ad uso dei turisti, ma l’atmosfera è autentica ed estremamente suggestiva, tanto che persino le guardie fotografavano incuriosite. Organizzate intorno a una corte centrale, le case qui sono multifamiliari, con servizi e cucina in comune. Sono scialbate di bianco, probabilmente per tenere fuori il caldo, con piccole finestre e supporti in legno che sostengono aggetti. Scendiamo la Casbah dall’alto in basso (è, essenzialmente, un promontorio sul mare), diretti verso il pullman che ci deve recuperare in fondo. A un certo punto ci si ferma al palazzo di Omar Pasha, altro splendido palazzo tipo quello del Bey, trasformato in museo della calligrafia e della miniatura. Molto, ma molto bello.












Continuiamo a scendere sotto un cielo altissimo, di un blu profondo e brillante, con cirri che sembrano stazionare nella stratosfera e il sole intenso e tagliente come un rasoio. Dopo il tempo uggioso dei primi due giorni, finalmente un assaggio d’Africa.

Algeri, parte 1

Algeri mi accoglie con quel misto fra organizzazione e disorganizzazione che si confermerà tipico di questa prima trasferta africana. All’aeroporto, un signore ci aspetta prima dell’uscita dal gate, ci prende i passaporti e ci fa passare il controllo saltando la fila. Va bene che siamo qui per un festival organizzato dal Ministero della Cultura, ma qui la situazione sembra molto più “aumma-aumma” che ufficiale. Vabbè, mi dico, sarà l’arte di arrangiarsi africana. Mi portano in hotel e, di nuovo, la stessa sensazione. In questo caso è un misto fra lusso ostentato (camera enorme, arredi sontuosi) e defaillance organizzative talmente marchiane da lasciare stupefatti: tavoletta del cesso staccata, assenza in bagno di un tappetino per i piedi, impressione di pulizia accettabile ma non specchiata, la surreale prima colazione, quando al cibo ottimo e abbondante si accompagna la mancanza di piatti, tazze e bicchieri puliti, esauriti dopo pochi minuti nel disinteresse generale.






Ci portano subito al festival, dove si cena in una tenda vip con un lunchbox che diventa la vera costante del festival. Il Fibda si tiene in una piazza subito sotto il memoriale ai martiri della rivoluzione, enorme monumento fallico visibile da tutta Algeri, reso ancora più pacchiano dal fatto che ci hanno montato sopra un’antenna (!). Il festival di per sé è carino, di chiara ascendenza francese. Anche qui: da una parte ben organizzato, con una cura per certi dettagli che non mi sarei aspettato (l’allestimento delle mostre, la borsa con cataloghi e gadget per gli ospiti etc.), dall’altra pieno di situazioni assurde, come l’assenza di bagni (per andare in bagno bisogna scendere in un vicino centro commerciale), gli stand di rappresentanza (come il nostro) lasciati completamente sguarniti e di conseguenza totalmente inutili, il programma degli ospiti ignoto, con noi italiani lasciati allo sbaraglio e io che apparentemente me ne dovrò andare prima del mio intervento, che guarda caso coincide con il volo di ritorno.
L’atmosfera però è rilassata, la compagnia piacevole, il festival non privo di interesse.





All’ingresso del Fibda, così come all’ingresso dell’hotel, si passa da un metal detector, ed è pieno di polizia ovunque. La direttrice dell’Istituto Italiano, gioviale signora che si dà da fare come può, ci spiega che al momento non ci sono problemi di sicurezza ad Algeri, mentre fuori e specialmente al sud la situazione è abbastanza diversa. Ci dice anche che Algeri vive un momento di slancio nel tentativo di lasciarsi alle spalle la terribile stagione del terrorismo, e che il festival è un segno di questa rinnovata fame di cultura. C’è da sperarlo.

Il modello di festival è tipicamente artistico, con una trentina di ospiti da tutte le parti del mondo invitati e spesati dal ministero. I paesi più presenti sono quelli che già in altre situazioni hanno dimostrato di investire istituzionalmente sul fumetto, coreani e cinesi su tutti. C’era però anche il successore di Ikus a Kommissia, e in più canadesi, francesi, cubani ed altri. Si fanno buone pubbliche relazioni, ma a parte questo poco altro. C’è però la possibilità di fare di meglio in futuro, se l’Istituto lo volesse. Vedremo.