venerdì 16 gennaio 2015

I gatti di Istanbul

A Istanbul è pieno di gatti. Ce ne sono tantissimi, e non sto parlando di randagi segaligni e spelacchiati, come avevo visto ad esempio in Israele. I gatti di Istanbul sono pasciuti, puliti, sani e decisamente amichevoli. Sono abitanti alla pari della città, non intrusi, e non hanno nulla del carattere furtivo dei gatti di bassifondi. Il primo impatto l’ho avuto con un gattone che attraversava altero Santa Sofia, senza minimamente curarsi dei turisti che aveva intorno. Ma nei giorni successivi ne ho visti tantissimi altri, e il fenomeno è così evidente che ci sono anche siti tutti dedicati a loro. Pare il motivo sia l’alta considerazione in cui sono tenuti i gatti nei paesi arabi, un po’ per le loro doti di cacciatori, un po’ magari per reminiscenze egiziane, un po’ perché anche Maometto pare li amasse. Qualunque sia il motivo, buon per loro.



giovedì 15 gennaio 2015

Istanbul, giorno 5

A Istanbul c’è molto, ma per uscire dai normali circuiti turistici (in definitiva concentrati su un’unica piazza e i monumenti che vi si affacciano) basta veramente pochissimo. Già Santa Irene non se la fila nessuno, che pure è dentro la prima cinta del Topkapi. Col suo paramento in mattoni, è la chiesa che più mi ha ricordato il bizantino ravennate. Peccato che dentro sia vuota, addirittura alla mercé dei piccioni.



La moschea di Soqollu Mehmet Pascià, un altro dei gioielli di Sinan, è ancora più estranea al flusso turistico, e per questo molto più autentica: nessuna insegna in inglese, nessuna attenzione ai turisti, solo una piccola ma bellissima moschea vissuta dai suoi fedeli, primi fra tutti i ragazzi della madrasa abbinata all’edificio. Arrivo proprio mentre il muezzin richiama alla preghiera, e i ragazzi insieme agli altri fedeli entrano lasciando le scarpe all’esterno. Mi permetto una veloce sbirciatina, il tempo per apprezzare lo splendido interno e osservarli mentre, guidati dall’imam, pregano tutti in fila di fronte al mihrab.




Un’altra moschea lì vicino è la piccola Santa Sofia, anch’essa, come l’omonima sorella maggiore, una chiesa convertita in moschea. La trovo praticamente deserta, il che la rende ancora più suggestiva.




Il vero pezzo forte è la moschea di Rustem Pascià, ancora di Sinan. È accanto al bazar delle spezie, ed è sopraelevata, costruita sopra un piano terra occupato da botteghe e viuzze. Le vie d’accesso sono strette scalinate che si aprono all’improvviso nel bazar sottostante, e la sorpresa è grande quando si scopre che sopra un quartiere animato e popolare si apra uno spazio così raffinato. Fra le moschee di Sinan, questa è quella con il maggior uso delle maioliche realizzate nella città turca di Iznik, all’epoca all’apice della loro produzione. Sono talmente belle che all’uscita mi compro volentieri un libro a loro dedicato.



Preso il tram e poi la funicolare, si passa il ponte di Galata e si arriva a piazza Taksim, cuore della Istanbul moderna. La piazza di per sé non è gran che, ma da lì parte Istikal Caddesi, la principale via commerciale di Istanbul, che è tutta un’altra storia. Animata da una fiumana ininterrotta di gente, soprattutto giovani, la via è pedonale e percorsa solo da un tram storico che fa avanti e indietro, la cui natura di attrazione è svelata già dalle dimensioni del suo minuscolo vagone, vista la sproporzione fra i passeggeri che può portare e l’immane folla fra cui si fa faticosamente largo. Circa a metà della lunga strada c’è una buffissima chiesa cattolica, costruita nel primo novecento in stile finto romanico-gotico-laqualunque, che esibisce sia dentro che fuori una natività attorniata da una selva di alberi di natale (!).





La sera è la vota dei dervisci rotanti, mistici sufi che si avvicinano a Dio attraverso musica e danza. Per quanto si tratti a tutti gli effetti di una cerimonia religiosa, la loro performance è salvaguardata dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità, per cui è possibile assistere in contesti selezionati: biglietto salato, poco pubblico, niente foto né applausi. La suggestione della cerimonia è indescrivibile: i dervisci ruotano come all’infinito, apparentemente senza sforzo, in un percorso a tappe che simboleggia la natura ciclica dell’universo e il percorso dell’anima alla ricerca di Dio.

mercoledì 14 gennaio 2015

Istanbul, giorno 4

Finalmente il Topkapi. Non che fosse quello che più attendevo, ma è stato interessante, forse per motivi imprevisti. Si tratta di un grande complesso palaziale, servito per molti secoli come palazzo dei Sultani prima che, verso la fine dell’impero, scegliessero un modello di vita - e di conseguenza dimore - più affini allo stile occidentale. È sviluppato in una serie di corti successive, con padiglioni ed edifici vari sparsi per tutta l’area. Come regola generale, più si procede verso l’interno più gli spazi si fanno privati, di esclusiva pertinenza del sovrano. Fa eccezione l’harem, disposto lateralmente più o meno a metà percorso, dove risiedevano le concubine e la potentissima regina madre, sorvegliate dagli eunuchi di palazzo. 




Fonte perpetua di mille suggestioni orientaliste, l’harem è interessante soprattutto per le decorazioni interne. È tutto ricoperto di ceramiche con gli usuali arabeschi ottomani, e alcuni ambienti sono di grande suggestione. Tuttavia, così come tutto il palazzo, è architettonicamente disorganico, e rende bene l’idea di una civiltà che, pur capace di grande raffinatezza, delegava le sue manifestazioni di potenza più che altro allo sfoggio di lusso e magnificenza. In definitiva, la cultura degli ottomani rivela le loro origini nomadi, e come già successo altrove, la dinamica fra nomadi e stanziali prevede che i primi, laddove prevalgano, assumono di fatto la cultura dei secondi, magari conferendogli un afflato diverso. Penso ai mongoli, alla cultura musulmana che in molti ambiti si è fondata su quella persiana, e adesso agli ottomani, che invece sono partiti dal modello bizantino. Lo stesso Sinan era cristiano (era un giannizzero, milizia reclutata fra i non musulmani) e di formazione cosmopolita, non certo il tipico ottomano anatolico.




Se c’è una cosa che più di ogni altra testimonia questo sincretismo (per non dire sudditanza) culturale da parte degli ottomani è la persino ingenua ammirazione che i sultani provavano per le ceramiche cinesi. Ecco, di venire a Istanbul e trovare una delle più grosse collezioni al mondo di ceramiche cinesi, è qualcosa che proprio non mi aspettavo. Alcuni pezzi sono dei veri capolavori, con molte ceramiche Celadon (quelle in realtà perfezionate dai coreani), molto considerate perché ritenute in grado di svelare i veleni cambiando colore.
Stesso discorso vale per il Tesoro di palazzo, una collezione di oggetti preziosi in esposizione permanete, quasi tutti oggetti di lusso (gemme e diamanti in ogni dove) più che di alto valore artistico.



L’altra grande attrazione della giornata è stato il Gran Bazar: l’antenato e al tempo stesso l’esempio più eclatante del concetto di “galleria commerciale”. È un autentico labirinto, un dedalo di vicoli con migliaia di negozi e una fiumana ininterrotta di gente che sciama in ogni dove. La domanda che sorge spontanea è quale sia la forza economica che sottende a questa spropositata vocazione al commercio. Se una volta il ruolo di Istanbul come crocevia mercantile fra Europa e Asia era più che giustificato, ad occhio penserei che oggi la situazione debba essere molto diversa. E allora? Sono solo i turisti a tenere in piedi questa veneranda istituzione? Mi sembra ugualmente improbabile. Chissà. C’è evidentemente qualcosa che mi sfugge.



martedì 13 gennaio 2015

Istanbul giorno 3

Dopo la giornata tranquilla di ieri, oggi ho recuperato macinando un discreto numero di chilometri. Col Topkapi che continua a sfuggirmi, chiuso per il secondo giorno consecutivo, ripiego sui vicini musei archeologici. Ospitano una collezione enorme, con reperti provenienti non solo dall’Anatolia ma da tutte le regioni che componevano l’impero Ottomano, inclusi Egitto e Mesopotamia. Ci sono anche i reperti di Troia, e fa una certa impressione ricondurre il mito alla realtà archeologica. I criteri espositivi non sono dei migliori, ma il materiale esposto è di grandissima qualità.



Il pomeriggio è stata la volta della bellissima moschea di Solimano, capolavoro di Sinan e probabilmente il più bell’edificio di Istanbul, almeno fra quelli visti finora. Era il momento che aspettavo, e non mi ha deluso. L’esterno è vigoroso e potente, l’interno di una perfezione formale da togliere il fiato. Partendo dal modello di Santa Sofia, una grande aula con cupola centrale attorniata da semicupole, Sinan lo porta a un livello di equilibrio ed armonia senza precedenti. Santa Sofia appare maestosa e solenne, in questo decisamente medioevale, mentre la moschea di Solimano fa un’impressione molto diversa, nettamente rinascimentale: e di vero rinascimento ottomano si può parlare, in equilibrio delicatissimo fra naturalezza raggiunta quasi senza sforzo e solidissimo controllo intellettuale. 





Interessante notare come la posizione leggermente più defilata rispetto a Santa Sofia e ai suoi annessi immediati (Topkapi, moschea Blu, cisterna), provochi un crollo verticale nel numero di turisti, e questo va a tutto vantaggio dell’atmosfera. Solimano il Magnifico, che portò l’impero Ottomano al suo apogeo, è sepolto qui, e subito fuori dal recinto della moschea c’è anche la tomba dello stesso Sinan, a cui rendo il doveroso omaggio.





Scendo poi verso il ponte di Galata, che attraversa la affollatissime acque del Corno d’Oro, e mi dirigo verso l’omonima torre, costruita dai genovesi e uno degli edifici più caratteristici di Istanbul, da cui si gode del più bel panorama della città. E mentre sono su, con Santa Sofia e le moschee da un lato e i grattacieli dall’altro, tutti i muezzin di Istanbul cominciano il loro canto, che si fonde in una suggestiva cacofonia.

lunedì 12 gennaio 2015

Istanbul giorno 2

Oggi era il giorno terribile, quello in cui in teoria doveva nevicare, e anche parecchio. Alla fine non è caduto un fiocco, ma ha sempre piovuto, per cui la giornata è stata uggiosa e tranquilla, con due uscite al mattino e al pomeriggio molto mirate e non lunghissime.
Si comincia con la famosa cisterna basilica, imponente opera idraulica ora trasformata in un’attrazione di grande suggestione. È un’enorme sala ipostila, sostenuta da una selva di colonne e contenuta da mura spesse quattro metri, appositamente trattate perché resistano all’acqua. Le colonne sono di tutti i tipi, da quelle ben levigate e sormontate da bei capitelli corinzi ad altre appena sbozzate e sormontate da capitelli senza decorazione alcuna. L’impressione è che l’abbiano costruita usando materiale di varia provenienza senza curarsi troppo dell’estetica, ed è normale, visto che in fin dei conti la sala non doveva essere visitabile. Per cui non è strano imbattersi in alcune stranezze: una colonna decorata con motivi spiraliformi che non avevo mai visto, perfetta per un tempio dedicato a Cthulu, e due enormi teste di Medusa usate come basamento di altre due colonne, per qualche misterioso motivo una messa a testa in giù, l’altra posata di lato. Ma soprattutto colpisce l’atmosfera del luogo: enorme, oscuro, le cui dimensioni effettive si perdono nel buio, a dare a tratti l’impressione di uno spazio che si estende all’infinito. Il percorso avviene su passerelle di legno, sospese sopra un lago sotterraneo profondo circa mezzo metro, abitato da grandi pesci che si muovono lenti e appaiono come fantasmi fra le basi delle colonne, per poi sparire di nuovo nell’oscurità. Non fosse stato per tutti i turisti presenti, sarebbe stata un’esperienza ancora più forte.





Poi è la volta del bazar delle spezie, tanto per stare al coperto: un tripudio di profumi e colori, mentre dalla moschea vicina il muezzin richiama alla preghiera.

E questa, proprio questa, sarebbe la "Sublime Porta". Seriously?

domenica 11 gennaio 2015

Istanbul, giorno 1

A differenza di altre volte, quello a Istanbul è un viaggio che ho pianificato molto poco. La spinta principale è stata la necessità quasi fisica di sottopormi a un flusso di impressioni diverse, di cui sentivo fortemente il bisogno dopo gli sforzi lavorativi autunnali. Per staccare davvero sentivo che non bastava il riposo, occorreva una buona dose di “altro”. Istanbul mi è sembrata subito la meta ideale: ho gli strumenti storico-culturali per capire quello che avrei visto, ho una motivazione specifica legata all’opera di Sinan, ho la voglia di confrontarmi con un vero paese islamico, per quanto decisamente europeizzato.

Con un po’ di ritardo, il viaggio vola via liscio. Ad attendermi in aeroporto trovo lo shuttle dell’hotel, che mi porta a destinazione. La strada fino all’hotel mi racconta di una città moderna, illuminata, viva. L’albergo è in pieno Sulthanamet, il quartiere storico di Istanbul, con tutti i principali luoghi di interesse a due passi e, giocoforza, pieno di turisti. Pazienza.
Una prima rapida occhiata alle pittoresche viuzze intorno all’hotel e, con la cena mangiata in aereo ancora sullo stomaco, me ne vado a letto.



Il primo giorno lo dedico a guardarmi intorno. Passeggiando arrivo in pochi minuti a Santa Sofia, che si apre su una grande piazza in fondo alla quale si staglia l’imponente moschea Blu. Accanto, una piazza ancora più grande, vestigia del vecchio ippodromo di Costantinopoli, con ancora al loro posto i monumenti che ne decoravano la “spina” centrale: un obelisco egizio, un altro in pietra costruito da Giustiniano, la famosa “colonna serpentina” portata qui dal santuario di Apollo a Delfi. Da qui provengono anche i cavalli di bronzo che fanno bella mostra di sé a Venezia, sulla facciata di San Marco.

La piazza è sempre animata, e nella folla si vede di tutto. Soprattutto per quel che riguarda le donne: ci sono quelle vestite all’occidentale, quelle con solo il velo, quelle che al velo abbinano un vestito lungo, elegante e spesso colorato, quelle vestite come le precedenti ma di colori più sobri, quelle col niqab nero che lascia visibili solo gli occhi. Ma poiché qui è tutto un brulicare di turisti, è ancora presto per tirare conclusioni.





Da fuori Santa Sofia è un ammasso di volumi invero un po’ disorganico, a causa di aggiunte successive che nei secoli sono servite a sostenerla ma che l’hanno anche rivestita e nascosta, proprio come gli abiti lunghi per le donne religiose. Dentro, invece, trasmette un fortissimo senso di unità ed armonia. Non è a pianta centrale ma lo sembra, dominata com’è dalla cupola centrale che fa non solo da chiave di volta, come accade anche in molte chiese occidentali, ma da vero e proprio principio ispiratore dello spazio, nel senso che è il culmine di una serie di spazi ascendenti (semicupole, absidi, pennacchi etc.) tutti basati sulla linea curva e sulla superficie sferica. Santa Sofia è come un aggregato di bolle cresciute l’una sull’altra fin quasi a formare una massa compatta, e questa rimane la cifra di tutta l’architettura Ottomana su essa modellata.




A rompere la simmetria centrale ci sono tuttavia le navate e l’abside col bel mosaico della Madonna. È chiaro che si tratta di una chiesa, con gli interventi per trasformarla in moschea palesemente posticci: il mihrab disassato rispetto all’edificio, gli enormi tondi calligrafici appesi come elementi decorativi che risaltano più in quanto corpi estranei che per la oro forza intrinseca.
In definitiva, non è possibile nascondere l’ammirazione per un edificio che è stato a lungo la più grande e augusta chiesa della cristianità, ma soprattutto che ha influenzato profondamente molta architettura successiva, da San Marco a Venezia a tutta l’architettura ottomana propriamente detta, a partire proprio da Sinan, che con essa si è costantemente confrontato.



La seconda tappa è, inevitabilmente, la moschea blu. Dall’esterno l’adesione al modello di Santa Sofia e insieme il tentativo di superarla, fosse solo per la posizione, sono evidenti. Ma per quanto la massa imponente della moschea chiuda la piazza con bell’equilibrio, l’ingresso dalla parte dell’ippodromo risulta pesante e non memorabile. Dentro ci si trova di fronte a una grande aula a pianta centrale sostenuta da quattro poderosi pilastri, completamente ricoperta da migliaia di piastrelle in ceramica policroma, con netta prevalenza del blu, da cui il nome. Indubbiamente suggestivo, non c’è che dire, ma anche qui forse un po’ eccessivo.

Essendo questa una moschea in uso, è possibile visitarla solo quando non è in corso la preghiera. Si entra scalzi, portandosi dietro le scarpe in un sacchetto di plastica o al più posandole in appositi scaffali. Se da una parte mi è molto piaciuto vedere una moschea attiva e un islam “normale” lontano anni luce dagli estremismi di cui si parla continuamente in TV, dall’altra il fatto che le donne siano relegate a un “recinto” apposta per loro mi ha dato da pensare. Come ulteriore sorpresa, all’uscita c’era anche una distribuzione di dolci (squisiti) e regalavano dei Corani in svariate lingue: l’italiano non c’era, l’ho preso in inglese.