mercoledì 20 agosto 2014

Seul, giorno 6

Primo vero giorno a Seul, che in realtà si pronuncia Soul, come anima. Gino, che si dimostra ogni giorno sempre più amichevole e disponibile, si offre di portarci in giro, me e Anna. Dopo esserci incontrati con qualche difficoltà in una gigantesca stazione metro, ci dirigiamo verso il Gyeongbokgung, il principale palazzo reale della dinastia Joseon, che ha regnato in Corea per più di 500 anni. L’enorme viale antistante, dominato dalla statua dorata di Re Sejong, inventore dell’alfabeto coreano, è dove ieri il Papa ha radunato una folla oceanica, e infatti si vedono ancora bandiere e striscioni, nonché qualche turista con indosso una buffa t-shirt col faccione di Francesco. 


Il palazzo è parzialmente preservato, ed è in corso una campagna di ricostruzione per reintegrare gli edifici mancanti. A differenza del Giappone, dove ogni edificio storico è bene o male ancora in utilizzo, il Gyeongbokgung è trattato a tutti gli effetti come un “bene culturale”, ed infatti è meta di frotte di turisti. Il palazzo è sobrio ed elegante, senza fronzoli, in perfetto accordo coi valori di una dinastia confuciana. C’è un tour in inglese gratuito, tenuto da una simpatica signora in abiti tradizionali, che ci racconta della dinastia Joseon e di re Sejong in modo tale da rendere impossibile il non trovarli simpatici. Quando arriva a raccontare la fine della dinastia, con i giapponesi che invadono la Corea e uccidono l’imperatrice, si tocca di nuovo con mano quanto tesi siano ancora i rapporti fra i due paesi su quanto accaduto in passato.



Quelli lassù sono i protagonisti di Viaggio in Occidente, con in testa il bonzo Sanzong 
e subito dietro Songoku 


Sul retro del palazzo c’è la Blue House, sede del locale Primo Ministro. E in virtù della presenza del Papa, anche qui è tutto uno sventolare di bandiere bianche e gialle.



Dopo il pranzo in un ennesimo, delizioso ristorantino, ci dirigiamo verso Insa-dong, quartiere commerciale pittoresco e caratteristico, sede di innumerevoli negozi tradizionali che mandano Anna letteralmente in tilt. Il pomeriggio passa veloce: un saluto ad Anna, che l’indomani ha l’aereo, e via di nuovo in hotel. 

martedì 19 agosto 2014

Corea, giorno 5

La fine del festival coincide con una visita all'archivio del museo del Manhwa, una specie di bunker sotterraneo a cui si accede attraverso misure di sicurezza degne di una banca. Dentro la responsabile, una splendida ragazza che parla un inglese perfetto, ci illustra il lavoro che viene condotto lì. Reprimo un moto d’invidia, e alla fine lei mi spiega in una semplice frase i motivi di un supporto istituzionale che per me ha del miracoloso: “siccome qui in Corea non abbiamo risorse naturali, abbiamo deciso di investire in contenuti”. Il che vuol dire industria culturale e istruzione, che ne è alla base. Semplice e disarmante.



È ora di muovere verso Seul, e mi accompagna Gino, assieme ad Anna Voronkova di Kommissia, che rivedo volentieri a qualche anno di distanza dal primo incontro a Mosca. Ci sistemiamo nei rispettivi hotel, poi Gino si offre di portarci in giro. Sembra una barzelletta: ci sono un italiano, una russa e un coreano a spasso per Seul. Hilarity ensues.


Una prima rapida occhiata a Seul e alla fauna locale

Dopo un breve giro nei dintorni del mio hotel, caratterizzato dalla presenza di un prestigioso campus femminile che influenza abbondantemente la fauna locale, approfittiamo della macchina di Gino per riuscire da Seul, paralizzata nella sua parte centrale dalla presenza del Papa, e dirigerci a nord, nella zona demilitarizzata al confine con la Corea del Nord. È il famoso 38esimo parallelo, teatro della guerra di Corea (quella di MASH, e magari fosse stata così divertente) e ora confine con quello che probabilmente è lo stato più tragicamente paradossale del XXI secolo. Pagando un biglietto piuttosto salato è possibile penetrare più a fondo nella DMZ, sotto il controllo dei militari, e visitare anche alcuni dei tunnel che la Corea del Nord aveva provato a scavare per invadere il sud. Ma a me basta essere arrivato qui, in questo luogo trasformato in memoriale. C’è una locomotiva sventrata rimasta ferma sui binari per più di 50 anni, divenuta simbolo della separazione fra le due Coree. C’è il monumento ai caduti, un museo e l’immancabile negozio di souvenir. C’è un grande prato in cui la gente viene per fare picnic e far volare aquiloni, o dove si tengono concerti per la pace, come quello in programma oggi. E c’è un osservatorio, una struttura sopraelevata con dei binocoli, attraverso i quali puoi seguire la vecchia ferrovia, oltre il ponte sul fiume ormai distrutto, che si perde in una gola in fondo alla quale si intravedono le prime alture della Corea del Nord. E insomma, come per stelle e galassie attraverso un telescopio, pur se da lontano posso dire di aver visto dal vivo la Corea del Nord. E fa un’impressione decisamente strana.


Laggiù in fondo c'è la Corea del Nord

lunedì 18 agosto 2014

Corea, giorno 4

Oggi è la giornata clou della mia presenza qui, almeno dal punto di vista istituzionale. Prima c’è una specie di conferenza con interventi sul diritto d’autore, poi comincia la parte che mi riguarda, con la presentazione delle varie esperienze internazionali. Sembrava una riunione dell’ONU, con le bandierine delle nazioni sul tavolo, ogni relatore col suo traduttore personale, i saluti istituzionali all'inizio. Con la mia presentazione segno un facile goal a porta vuota.

Accanto a me, Axel Alonso, Editor-in-chief della Marvel

Dopo aver salvato il mondo, il gotha del fumetto mondiale si sposta soddisfatto a pranzo, in uno strepitoso ristorantino lì vicino. La cucina coreana si conferma eccellente, meno raffinata ma più vigorosa rispetto a quella giapponese.

L’ultimo atto istituzionale è una visita al municipio per il saluto al sindaco, che è anche l’occasione per assistere alla mostra che tanto scandalo ha suscitato ad Angouleme, incentrata sulle donne costrette a “confortare” i soldati durante l’occupazione giapponese. Nella hall del municipio ci sono ci sono altre cose che mai mi aspetterei di trovare in un municipio dalle nostre parti, come un Comics cafè ed un robottone in bella mostra, riproduzione gigante di un modellino di carta prodotto sul territorio come giocattolo per bambini.



Poi comincia l’intrattenimento per gli ospiti, con breve tour a Seul. Si comincia con il 63 City, un grattacielo completamente dorato, l’unico fra quelli che ho visto finora dotato di una qualche personalità. In cima c’è una galleria d’arte con annesso osservatorio panoramico, con gran bella vista su tutta la città. 



Poi si va a cena, neanche a tre ore dalla fine del pranzo. Il ristorante è alla base della torre, ed è specializzato nel piatto giapponese noto come Shabu-shabu, sottili fettine di tenerissima carne di manzo cotte un po’ alla volta in una scodella di pietra posta su una piastra elettrica integrata nel tavolino. Squisito.


È poi la volta della crociera sul fiume Han, esperienza piacevole più per il fresco e la conversazione che non per la vista, invero non memorabile. Tant’è che, per vivacizzare la cosa, i perfidi coreani si inventano prima uno spettacolino a base di getti d’acqua sparati da un ponte, con tanto di doccia finale, poi l’apparizione a sorpresa di un tizio che vola con zainetto a propulsione jet, neanche fosse Tony Stark. La cosa più divertente è stato passare sotto il ponte in cui ha il suo rifugio il mostro di The Host, ed in effetti appare chiaro perché possa venire in mente di girare un film di mostri proprio lì.


A un certo punto si sente il rumore di svariati elicotteri, che passano sopra di noi scortandone uno più grande. Pare fosse il Papa, di ritorno a Seul dopo la giornata asiatica della gioventù, tenutosi in un’altra città più a sud.


Ma la vera attrattiva della giornata risulta Lim detta Chiara (don’t ask), una volontaria buffissima che, oltre a Gino, mi affibbiano per tutta la giornata. Che sarebbe anche carina, quando non impegnata a fare queste facce qui:


Scherzo, Chiara, sei uno spasso.

domenica 17 agosto 2014

Corea, giorno 3

Giornata di visita al festival, nel tentativo di capire questo fenomeno tutto coreano dei webtoon. Essenzialmente, qui è successa una cosa che al momento è unica al mondo: il mercato su carta è crollato, mentre è esploso quello dei fumetti da consumare su dispositivi mobili. E intendo proprio una vignetta alla volta, con scrolling verticale, non la pagina elettronica tipica delle edizioni in ebook che cominciano ad apparire anche da noi. Questo nuovo fenomeno comporta la perdita della dimensione “pagina” – e questo è evidente nella composizione delle vignette estremamente sommaria che si trova nei volumi che raccolgono i webtoon di maggior successo – e implica una colorazione semplificata, dalla resa abbastanza povera su carta ma ottimizzata per gli schermi dei telefonini. Per questi motivi, i webtoon che avevo visto fin qui, sempre in contesti non nativi (la carta o il grande schermo di un PC), mi erano sembrati prodotti di scarsa qualità, che non mi avevano spinto ad approfondire. Il webtoon permette di bypassare l’editore tradizionale, restituisce agli autori il controllo assoluto sulle loro creazioni e li mette in condizione di relazionarsi direttamente con la fiorente industria cinematografica e televisiva, sempre alla caccia di nuovi contenuti. In pratica, all’insegna dei webtoon si è saldato qui in Corea un nuovo circolo virtuoso fra fumetto e cinema, che vede sul versante fumettistico non più un grande editore come la Marvel che porta sul grande schermo i sui personaggi, ma direttamente gli autori, che in certi casi arrivano persino a dirigere in prima persona i film tratti dai loro lavori. E il fatto che i webtoon siano alla base di uno dei cinema al momento più fiorenti al mondo, è un fatto che da solo basta e avanza a spingermi ad approfondire. E si creano anche cortocircuiti eclatanti, come incontrare qui l’autore del webtoon The Attorney, alla base del film di maggior successo proiettato all'ultimo Far East di Udine.



È previsto che partecipi alla serata di inaugurazione, che è poi anche quella di premiazione. Inaspettatamente mi intervistano all'ingresso, con una splendida intervistatrice tutta in tiro e il parco media delle grandi occasioni. La serata scorre senza intoppi e con traduzione simultanea, con qualche momento di spettacolo (un gruppo di ballerini hip hop che si esibiscono in coreografie quasi circensi) e premi assegnati con sobria precisione, non permettendo alle varie autorità, ministro della cultura in testa, di esibirsi nelle tipiche passerelle che invece noi concediamo a tutti. Prima della fine c’è anche il tempo di passare un video con le interviste VIP, fra i quali di nuovo il sottoscritto.

I Coreani lei, noi Alberto Rigoni

venerdì 15 agosto 2014

Corea, giorno 2

Il secondo giorno a Bucheon è passato partecipando alle attività del festival. Che di per sé è abbastanza piccolo, ma ha il pregio non indifferente di essere imperniato sul locale museo del Manwha, una struttura colossale e di gran lunga il miglior museo del fumetto che abbia mai visto.





Dico, guardate i cessi

Il livello di supporto istituzionale è elevatissimo, e questo permette iniziative come il Global Comics City Networking a cui sono invitato e in generale il raccogliersi dell’intera industria attorno a un evento condiviso. In un certo senso è un festival molto europeo, se con questo intendiamo un modello basato su finanziamenti pubblici e con forte valenza istituzionale. La differenza con Lucca, ma anche rispetto al vicino Giappone, da questo punto di vista è impressionante.

Per il resto la Corea, anche se ancora osservata da un angolino, comincia ad emergere. Alcune cose che mi hanno colpito:

1. I coreani sono gentili ma meno formali dei giapponesi, e agli inchini sostituiscono cordiali strette di mano.

2. La cucina coreana ama il piccante ed è molto basata sulla carne. Si trovano però comunemente anche piatti giapponesi, come zuppa di miso, sushi e affini. Per mangiare usano le solite bacchette, che qui spesso sono di metallo, ma non in modo esclusivo come in Giappone: sono relativamente diffuse anche le posate occidentali, e pare che i giovani le preferiscano.

3. Agli aerei paraventi di carta e ai tatami giapponesi i coreani rispondono con ben più solide porte scorrevoli e con pavimenti in legno. Si è comunque richiesti di lasciare le scarpe all'ingresso, e di entrare scalzi o indossando apposite ciabattine.

4. I cessi elettronici con sedile riscaldato e bidet incorporato sono invece la norma anche qui, almeno negli hotel.

5. In fatto di invenzioni bizzarre, i coreani si rifanno prepotentemente sotto con queste tende che appaiono un po’ dovunque nel quartiere in cui si trova l’hotel, pieno di pub e ristoranti. Cosa sono? È presto detto. Siccome ai coreani piace bere, e siccome le pene per chi guida in stato di ebbrezza sono severe, cosa resta da fare a un povero salaryman che voglia concedersi una bevutina alla fine del lavoro? Semplice: noleggiare un autista sobrio che guidi la sua macchina al suo posto, e lo riporti a casa.


6. In generale, in Corea hanno fatto uno sforzo minore per mantenere le tradizioni: non c’è nessuno vestito con abiti tradizionali, la case tradizionali sono proposte solo come attrazioni in ottica di rievocazione storica, etc.  


In definitiva, a una prima occhiata la Corea rappresenta un’Asia senz'altro meno esotica, senz'altro meno affascinante, ma sicuramente in grande spolvero.

martedì 12 agosto 2014

Corea, giorno 1

E così sono arrivato in Corea. Uscito dall'aeroporto di Incheon – bello, moderno, asettico e uguale a infiniti altri – trovo ad aspettarmi il mio interprete in inglese, Jin detto Gino. E trovo un tempo nebbioso, grigio, afoso ma non insopportabile. Mi dice Gino che non è smog, ma nebbia di caldo portata dal mare, e inevitabilmente mi viene in mente la baia di San Francisco. Gino mi accompagna all'hotel, e già da quel che vedo in strada l’andazzo è chiaro: macchine nuove e ben tenute, con ampia percentuale di Kia e Hyundai e anche con qualche marchio che non conosco.




Arriviamo a Bucheon, dove ha sede il festival, una cittadina satellite di Seoul, e mi fa un’impressione strana. Da una parte vale anche qui la logica giapponese, secondo cui i palazzi sono superfici vuote da riempire di segni. Dall'altro, uscendo dalla strada principale tutto assume di colpo un aspetto più popolare, con gente impegnata su grigliate di carne cotte sul momento su una griglia a centrotavola e localini dall'apparenza anche abbastanza dubbia. 

E all'improvviso salta fuori addirittura questo:


venerdì 25 luglio 2014

Ginevra, CERN

Ginevra magari no, ma CERN, perdio, sì. 


Fresco di Higgs, luogo natale del web, fucina di premi Nobel, al centro dell’immaginario collettivo anche per libracci come Angeli e demoni, serie cult come Big Bang Theory o serie anime come Steins;Gate, ingresso del mitico tunnel per neutrini che conduce al Gran Sasso (rotfl), il CERN è la punta di diamante mondiale nella fisica delle particelle. L’LHC, un anello di 27 chilometri che corre sotto le campagne al confine fra Svizzera e Francia, è un autentico prodigio di tecnologia: un tubo di magneti superconduttori pieni di elio superfluido, capace di accelerare protoni fino a 14 TeV, quando opererà a piena potenza. 


Ho visitato il CMS, uno dei due rivelatori principali, complementare ad Atlas. Ho evacuato in fretta e furia il CMS a seguito di un allarme in stile film americano. Ho assaggiato l’atmosfera del campus, con migliaia di giovani scienziati da ogni parte del mondo, fra cui moltissimi italiani. Ho pranzato nella stessa mensa con loro e con Carlo Rubbia. Ho provato di nuovo il fascino dell’ignoto, e l’orgoglio di essere italiano ed europeo. In tempi di Europa matrigna, il CERN è un esempio concreto di cosa potrebbe essere la cooperazione europea. E fosse solo per questo, dovrebbero visitarlo tutti, anche chi non ha la minima idea di cosa sia un bosone.