domenica 5 gennaio 2014

Chiese in Giappone

Finora, fra Tokyo e Kyoto, mi sono imbattuto anche in qualche chiesetta, e le ho fotografate perché facevano quasi tenerezza.





Ma la cappella di San Simone Zelota le batte tutte.

Ora, di questa abitudine dei giapponesi di celebrare le nozze nei grandi hotel ne ero a conoscenza da tempo, e ne ero stato testimone diretto anche nel primo viaggio. Sapevo anche che ci sono coppie che amano un matrimonio in stile occidentale, con l’abito bianco, la marcia nuziale di Mendelsshon e persino un finto prete a officiare. Ma che arrivassero a COSTRUIRE IN UN HOTEL UNA FINTA CHIESA con tanto di muri esterni e vetrate istoriate copiandola da una chiesetta di Londra, ecco, questa non l’avevo ancora vista.


sabato 4 gennaio 2014

Kyoto, giorno 1

Arrivato a Kyoto, ritardo a parte tutto bene. E ci si accorge subito che, rispetto a Tokyo, è tutta un’altra storia. La città è decisamente più a misura d’uomo, gli edifici sono più bassi, le strade la sera non sono illuminate a giorno da schermi giganteschi, in giro c’è molta meno gente (è una città da circa un milione e mezzo di abitanti, ma rispetto ai più di 13 di Tokyo è poco più di un paesello). Ma la differenza che salta più all'occhio, rispetto alla topografia labirintica di Tokyo, è la pianta rigorosamente geometrica, squadrata come un castrum romano. La topografia è rimasta invariata nei secoli, con gli edifici nuovi che man mano sostituivano i vecchi, col risultato che, di primo acchito, per le strade l’aria generale che tira è quella di una metropoli moderna, non di una città storica. Basta poco per ricredersi. A punteggiare tutto il tessuto urbano e i dintorni di Kyoto c’è un numero incredibile di templi, santuari e altri edifici di interesse storico. Si parla di qualcosa come 1600 templi buddisti e svariate centinaia di santuari shintoisti, un’infinità che non basterebbe un mese per esaurire, altro che cinque giorni. Al di là dell’aspetto religioso, si tratta di un patrimonio artistico enorme. L’architettura è di ascendenza cinese, ma l’arte tutta giapponese di costruire un equilibrio perfetto fra natura e architettura è qui portata all'estremo. In breve, Kyoto è una sequenza infinita di scorci meravigliosi.

Ma il primo impatto ce l’ho non con un tempio, ma con il castello di Nijo, costruito dall'unificatore del Giappone Ieyasu Tokugawa e patrimonio dell’umanità sancito dall'UNESCO.





Al pomeriggio divagazione professionale, con visita al Museo del Manga, esempio sopraffino di come dovrebbe essere organizzato un museo nazionale del fumetto, altro che quella minchiata che abbiamo noi a Lucca.




Ma l’emozione principale arriva la sera, quando faccio una passeggiata nei giardini dove un tempo sorgeva il palazzo imperiale Heian, quello di Murasaki, quello di Sei Shonagon, quello che fa da sfondo alle avventure dello splendente principe Genji. Chi non l’ha letto non può capire.

venerdì 3 gennaio 2014

Shinkansen misfortune

Il primo campanello d’allarme suona al mattino, quando ho la pessima idea di accendere il televisore. Le news parlano di una sala di pachinko che ha preso fuoco, con l’incendio che ha lambito la linea Yamanote e quella dello Shinkansen Tokaido, che, da quel che capisco, sono sospesi. Ora, la Yamanote è la linea della ferrovia urbana che devo prendere per arrivare alla Tokyo Station, da cui, guarda caso, devo prendere lo Shinkansen per Kyoto. Ma il mio è lo Shinkansen Nozomi, non Tokaido, e spero che non ci siano problemi. Arrivo alla stazione di Akihabara e in effetti trovo la Yamanote bloccata. Pazienza, mi dico, da qui alla Tokyo station sono solo un paio di stazioni, prenderò un taxi. Arrivo alla Tokyo Station e scopro che Nozomi è il nome del treno, ma che la linea è proprio la Tokaido. Ci sono i reporter in stazione, compreso quello che ho visto in TV al mattino. Le notizie latitano, all’inizio c’è un timido tentativo di fornire informazioni anche in inglese, che presto però spariscono. I passeggeri occidentali si coalizzano in gruppetti, nel tentativo di capire cosa succede. Alla fine, dopo due ore di attesa e prenotazioni bellamente saltate, il servizio viene ristabilito, ma stavolta più all’italiana che alla giapponese: tutti dentro, con qualunque biglietto, sul primo treno a disposizione. E amen.

A proposito di file

Quelle sulle file sono state le ultime parole famose. 
Ho deciso di andare al più famoso tempio shintoista di Tokyo, il Meiji-jingu, che mi era sfuggito nel mio primo viaggio. Come il nome lascia intuire, è dedicato all'imperatore Meiji e alla consorte Shoken, di cui ospita le essenze divinizzate. L’imperatore Meiji e consorte sono considerati un po’ i padri della patria, perché avviarono la modernizzazione del paese dopo aver restaurato l’impero, sottraendo il potere agli shogun militari che lo avevano di fatto usurpato più di due secoli prima. Il tempio fu costruito dopo la sua morte, ed è il massimo di antichità che i tokiensi possano permettersi.



Il tempio è di un’altra categoria rispetto a quelli visti finora: situato in un bel boschetto urbano, non sembra proprio di trovarsi a Tokyo tanto è tranquillo. Si accede attraverso un ombroso percorso fra gli alberi, passando sotto almeno tre “torii”, i tipici portali dei templi shintoisti. Capodanno è passato, e non mi aspetto di trovare grosse code. Grosso errore, che il 2 gennaio è evidentemente ancora MOLTO festivo. C’è un flusso di gente enorme, che nelle vicinanze del tempio diventa una fila gigantesca. Come al solito un battaglione di poliziotti è al lavoro per disciplinare la folla, usando megafoni, cartelli e quant'altro. Porto pazienza e decido di sobbarcarmi la fila da bravo giapponese. I poliziotti fanno entrare in gruppi, e dopo una quarantina di minuti è finalmente il mio turno. L’intero gruppone viene portato di fronte all'edificio principale dove avviene il rito della preghiera con lancio di monetina, gettata in una specie di grande vasca preparata per l’occasione. Sembra di essere alla fontana di Trevi. Alla fine, tutti in gruppo così come siamo entrati, i poliziotti ci fanno defluire verso l’uscita per lasciare spazio al gruppo successivo. Fuori c’è la solita vendita di amuleti e oracoli assortiti e innumerevoli banchetti di cibo tradizionale. Prendo un’eccellete okonomiyaki (una sorta di frittellona con dentro un po’ di tutto) e me ne torno in hotel.





La sera Nakamura-san mi ha offre una cena di sushi in un bel localino di quelli tradizionali, in cui si entra in pochi e si siede al bancone. E ad accompagnare il sushi, uno spumante italiano, sakè e birra. Sembra un film, una di quelle scene in cui i giapponesi si ritrovano dopo il lavoro con i colleghi, mangiano e (soprattutto) bevono a volontà. Fortunatamente c’era un ragazzo nippo-australiano che mi fa da interprete. Non sono un appassionato di sushi, ma in definitiva la cena è stata eccellente.



mercoledì 1 gennaio 2014

Capodanno a Tokyo

Cosa fanno i giapponesi l’ultimo dell’anno? In realtà non molto. Il concetto di “andar fuori a fare festa” gli è estraneo, e non c’era neanche lo spettacolo di fuochi d’artificio d’ordinanza un po’ ovunque, solo un patetico lancio di palloncini sotto la Tokyo Tower. In realtà i giapponesi se ne stanno in casa a cenare in famiglia e a guardare la tradizionale gara canora fra rossi e bianchi, una specie di San Remo giapponese quest’anno presentata (fra gli altri, che i presentatori erano un plotone) da quei fighetti degli SMAP.

E cosa fanno invece i giapponesi il primo dell’anno? Vanno al tempio. Posso io essere da meno? Di buon mattino mi reco dunque al tempio shintoista più vicino, il Kanda-myojin, e lo trovo strapieno. All'ingresso ci sono bancarelle di cibi tradizionali, nello spiazzo centrale c’è una folla enorme che aspetta in ordine il proprio turno per pregare e gettare una moneta come offerta. Ai lati si pregano altari minori, ci si purifica con l'acqua sacra, si comprano amuleti per ogni occasione, si consultano oracoli e si annullano quelli spiacevoli annodandoli a quelli che, carichi come sono, sembrano quasi degli alberi di natale, si assiste a una rappresentazione con un mimo in maschera da leone accompagnato da strumenti tradizionali. Fra il pubblico tantissime signore in kimono, elegantissime.




Quando esco la fila è diventata apocalittica, la coda si snoda fuori per almeno un centinaio di metri, regolata da solerti poliziotti.

A questo punto, devo fare una considerazione. Dopo svariati anni di frequentazione indiretta, di Giappone e di cultura giapponese ne so abbastanza, e sono già stato qui una volta. Arrivato al secondo viaggio, mi sono stupito di scoprire che non mi stupisco più. Le famose “stranezze giapponesi”, i cessi elettronici con riscaldamento e bidet incorporato, gli inchini continui, i pachinko, i buttadentro ai negozi, le mascherine, i love hotel, i taxi che si aprono da soli, il cibo di plastica fuori dai ristornti e chi più ne ha più ne metta, ormai mi sembrano normali. Ma se c’è una cosa che in Giappone continua genuinamente a stupirmi sono le file, e la tranquillità con cui i giapponesi si dispongono ad affrontare volontariamente (precisazione necessaria, quelle obbligatorie stile “pomeriggio alle poste” non contano) code anche lunghissime. Più che invidiarne la pazienza, fatico a capire cosa, per me, avrebbe un valore tale da farmi sembrare accettabile una fila del genere. Poco, a occhio. Ma evidentemente, ed anzi soprattutto in occasioni come queste, forse per i giapponesi la fila fa semplicemente parte del rituale dello stare insieme.

Odaiba

Odaiba, l’isola artificiale costruita nella baia di Tokyo su terreno bonificato, è un luogo surreale. Pulita, asettica, futuristica, tutta cemento, acciaio e vetri sempre pulitissimi, è sede, oltre che del Tokyo Big Sight che ospita il Comic Market, di giganteschi complessi commerciali e di attrazioni come la famosa ruota panoramica gigante vista (e spesso distrutta) in molti degli ultimi film di Godzilla. È un po’ la logica del parco a tema in stile Disneyland, ma esteso a dimensione urbana. Se la Tokyo vera e propria mantiene una varietà tale da renderla vitale, qui davvero l’atmosfera finisce per essere mortifera. Ci sono anche dei quartieri residenziali, ma è l’ultimo posto al mondo in cui vorrei vivere. E sono sicuramente quartieri di lusso, come testimonia il tizio in Lamborghini che ho visto entrare in uno dei complessi. Poveraccio, mi vien da dire; ma contento lui, contenti tutti.

Tramonto su Odaiba


New York Wannabe

E in mezzo a tante pacchianate, come una copia della statua della Libertà proprio di fronte a un ponte in stile newyorkese, stona meno del previsto l’unica vera attrazione degna di questo nome, il Gundam in scala uno a uno costruito all’esterno del centro commerciale DiverCity, da qualche anno meta di infiniti pellegrinaggi nerd. Nessuna foto gli renderà mai giustizia, perché incapace di trasmettere il senso delle sue dimensioni. Ma quando lo vedi da lontano, che emerge dagli alberi inserito in uno scenario urbano credibile, e quando lo guardi da vicino, in tutta la sua magnificenza, non c’è niente da fare: sembra vero. A orari prestabiliti si illumina e fa qualche movimento, ma ho temuto l’effetto baracconata e non ho aspettato. Mi tengo l’impressione originale, e torno in hotel avendo dato un senso alla giornata.


Trentacinque anni e non sentirli

Il Comic Market

Il Comic Market si è rivelato un’esperienza estremamente interessante. Non la manifestazione in sé, che a parte le dimensioni ciclopiche non ha nulla di particolarmente rilevante, ma proprio il fenomeno che ne sta alla base, ovvero le “doujinshi”. Sono sia le dimensioni che la natura del fenomeno a impressionare. Praticamente, decine di migliaia di gruppi creano le loro fanzine, e poi vengono qui a proporle a un pubblico di oltre mezzo milione di persone. E non si tratta solo di fumetti: c’è di tutto, dai romanzi ai trattati di giardinaggio, dai videogiochi ai CD musicali, dai gadget ai photobook, e chi più ne ha più ne metta. Si tratta di un gigantesco fenomeno di autoespressione dal basso, e il manga è forse solo il mezzo più accessibile, ma non certamente l’unico. Secondo un professore dell’università Meiji di cui non ricordo il nome, ma con cui ho avuto il piacere di intrattenere un’interessante conversazione a cena, si tratta di un segno dei tempi. Secondo lui, viviamo in un’epoca in cui i contenuti non calano più dall'alto, dal creatore-artista al suo pubblico, ma piuttosto emergono dal basso, dal pubblico stesso che si fa autore, come accadeva nel mito e in altre forme di espressione autenticamente popolare. Si tratta di un fenomeno tipicamente giapponese, e il prof cita esempi di quelle che oggi chiameremmo fanzine risalenti addirittura al periodo Edo. Sul perché di questo gigantesco fenomeno che non ha uguali al mondo, vengono in mente generalizzazioni sociologiche che probabilmente lasciano il tempo che trovano, come quella che si tratti del contraltare di una società per altri versi estremamente regolata e in cui i rapporti sociali sono basati sul confuciano principio d’autorità.



È anche vero, come afferma il professore, che quella che emerge dall’insieme di queste produzioni è una rappresentazione fedele dei bisogni e desideri della società nel suo complesso. In effetti girando per i banchi del Comic Market è difficile scrollarsi di dosso l’impressione che si tratti di un fenomeno sociale prima che creativo o artistico. In questo senso il paragone con realtà come la nostra Self Area rischia di essere estremamente fuorviante. Laddove le nostre autoproduzioni sono una pratica artistico-produttiva che nasce sì in alternativa a un sistema editoriale mainstream, ma puntando sostanzialmente allo stesso obiettivo, qui l’impressione è che il processo conti più del risultato finale.

Di sicuro, questa rappresentazione dei bisogni collettivi parte da un grado zero che è il sesso. La sessualizzazione del Comic Market è elevatissima ed equamente divisa fra i due sessi, e quest’ultimo aspetto non fa che confermare quello spunto vagamente polemico nei confronti di certe posizioni femministe che avevo già espresso negli incontri che ho tenuto sull'identità di genere. 
Chiacchierando con gli organizzatori, mi hanno spiegato come il primo giorno sia principalmente dedicato alle ragazze, con una massiccia presenza di yaoiste, il secondo sia un po’ una via di mezzo mentre il terzo sia dedicato principalmente ai maschi. A maggior ragione allora mi dispiace non aver potuto assistere al primo giorno, che sicuramente avrebbe fornito spunti interessanti, e di aver avuto poco tempo il secondo. Il terzo giorno era effettivamente pieno di doujinshi erotiche, vuoi parodie che originali. Il pubblico era in netta prevalenza maschile, ma c’erano comunque parecchie ragazze, e assai di più se si considera chi stava dietro i banchi, comprese anche un folto gruppo di cosplayer che proponeva i propri album fotografici sexy. La morale sessuale dei giapponesi è estremamente meno repressiva della nostra, ma è stato comunque interessante trovarsi in un evento a così alta partecipazione di pubblico, in gran parte giovane e che brillava per la sua normalità, in cui era comunemente accettato, ed anzi dato per scontato, il fatto che entrambi i sessi abbiano fantasie esplicite e fortemente caratterizzate (si legga alla voce "stereotipi") sul sesso opposto.

Uno potrebbe chiedersi se davvero ci sia così tanto bisogno dell’ennesimo fumetto porno, ma sarebbe la domanda sbagliata: perché è ovvio che, al di là dei contenuti, quello che è importante è la condivisione di un’esperienza di creazione dal basso che unisce autori e pubblico in un’unica comunità. Le parodie erotiche sono un caso esemplare, perché rappresentano un fenomeno di appropriazione dei personaggi da parte del pubblico, che su essi costruisce fantasie condivise che hanno senso solo all'interno della comunità dei fan.
Inquadrandolo in un contesto più generale, è chiaro che un fenomeno di tali enormi dimensioni è il combustibile su cui si nutre un sistema-fumetto il cui motore è un’industria editoriale estremamente aggressiva (sia sul fronte del pubblico che su quello degli autori) e il cui albero di trasmissione è un sistema di copyright “creator-owned” che porta alla rotazione continua di contenuti e autori, che emergono spesso proprio dalle file dei fanzinari.


È facile immaginare come dei professionisti possano emergere dagli appassionati che affollano il Comic Market per andare ad affollare le fila di autori e autrici che si cimentano nei generi più affini alle comunità di provenienza (porno e yaoi da un lato, shonen e shojo dall’altro), difficile dire se un autore più sofisticato possa emergere da questo contesto o non piuttosto in opposizione ad esso. Perché se da una parte sono d’accordo col professore quando dice che le doujinshi rappresentano una forma di cultura popolare che esprime bisogni sociali collettivi, dall'altra l’immaginario che ho visto al Comic Market partiva sì dal basso, ma non è chiaro quanto in alto arrivasse. Probabilmente non molto.